CACCIA AL TESORO: le bellezze e i tesori abbandonati di Ancona. Capitolo 3. SOS DALLA FONTE DELLE MONACHE COL SARCOFAGO PALEOCRISTIANO

Uno storico sito d’approvigionamento d’acqua a Monte Dago abbandonato al degrado dall’Amministrazione comunale.

Il coperchio di un grande sarcofago di epoca paleocristiana utilizzato come vasca per una fontana, le cui origini si perdono lontano lontano nel tempo, accompagnate da misteriose suggestioni. Sì, un sarcofago risalente al VI secolo d.C., nel quartiere di Tavernelle, ai confini con quello di Brecce Bianche. Che lusso, direbbe qualcuno. Ma i più dovrebbero scandalizzarsi per un’altra realtà: la Fonte delle Monache, questo il nome della fontana, è cronicamente vittima del naturale assalto di erbe spontanee e rovi, oltre che di quello meno naturale di cartacce e rifiuti, senza che mai le istituzioni competenti abbiano provveduto a ripulirla o ad effettuare un minimo di opera di manutenzione, a cominciare dal Comune, che ne detiene la proprietà. E che non ha mai pensato di segnalarla con una targa storico-turistica. Tutto ciò nonostante sia catalogata come bene pubblico di valore dal Sistema informatico del patrimonio culturale della Regione Marche, che stigmatizza il suo “cattivo stato di conservazione”.
In realtà pochi, tra gli anconetani, conoscono l’esistenza della struttura in pietra con vasca che dalla folta vegetazione si affaccia nei pressi dell’incrocio in cui la vecchia strada delle Palombare, proveniente dalla Montagnola, sfocia in via Monte Dago. Non nei ricordi di quelli più anziani e nella tradizione orale, per i quali il piccolo edificio e la millenaria sorgente che lo alimenta sono ben vivi e presenti.
Di fonti d’acqua sorgiva, alcuni veri e propri fiumiciattoli, era ricca tutta quell’area di campagna. Acqua preziosissima fino a un secolo fa, quando ancora non scorreva dai rubinetti delle case. E all’acqua del “Rio della Fonte delle Moniche” (così lo definisce una carta militare del 1860) ricorrevano non solo i viandanti per rifocillarsi e rinfrescarsi. Ma in modo diffuso, per un vero e proprio approvvigionamento domestico, le massaie di Tavernelle, all’epoca piccolo borgo rurale, così come i contadini per innaffiare gli orti. La vasca era usata anche come lavatoio e come abbeveratoio per gli animali. E molto utile fino a tutti gli anni ’50 del ‘900, visto che le case coloniche dei paraggi dovettero aspettare fino a quel periodo per essere allacciate all’acquedotto municipale. Nel libro di “Storia popolare di un borgo di periferia” (di R.Muti) che racconta Tavernelle nei primi del 900 c’è scritto che “si faceva provvista d’acqua con brocche di terracotta nelle uniche tre fontane: quella servita con la pompa al centro del paese, al pozzetto e alla Fonte delle Moniche, perche nelle case non c’era acqua corrente”. Accanto alla Fonte camminavano mano nella mano gli innamorarti per romantiche passeggiate. E fino a una quarantina d’anni fa risuonavano le risate dei bambini e dei ragazzini, che inventavano giochi “tra schizzi e lazzi”.
La Fonte di via delle Palombare tornò ad essere “religiosamente o laicamente benedetta” perché indispensabile ogni volta che Ancona subì calamità naturali o provocate dall’uomo. In molti, durante la seconda guerra mondiale, la raggiungevano percorrendo lunghe distanze, anche a piedi, per riempire taniche d’acqua da riportare a casa. Lo stesso accadde poi, durante le interruzioni della fornitura idrica ad uso civico nel 1972, quando il terremoto per mesi fece tremare di brutto, mise in ginocchio e danneggiò gravemente molte aree di Ancona. E ancora, nel 1982, l’anno della Frana Barducci, ci fu chi si spinse dalle zone disastrate di Posatora, del Borghetto, della Palombella fino all’efficiente rubinetto della Fonte delle Monache per fare rifornimento.

Insomma, pur essendo ignota ai più, dalla Fonte- Fontana delle Monache spilla ancora una memoria ancora viva. Nonostante, purtroppo, la struttura rischi, periodicamente, di scomparire, di asfissiare nell’abbraccio riservatole dalla vegetazione. Non le vengono in soccorso il Comune, legittimo quanto ingrato proprietario, Anconambiente, la Soprintendenza. E’ la gente comune a raccogliere l’sos lanciato dall’acqua che pur continuando a gorgheggiare, finisce spesso per impudritirsi nella vasca-sarcofago ridotta a piccolo stagno. Tra il 1996 e il 1998 il richiamo d’aiuto idealmente lanciato dalla Fonte delle Monache ha sedotto gli alunni e gli insegnanti della scuola elementare Bramante (oggi Maggini), che le hanno dedicato una ricerca storica, l’hanno ripulita e adottata come “monumento”. Una forte boccata d’ossigeno cui è inevitabilmente seguito il degradante oblio. Durato fino a un week-end dell’autunno 2014. Quando ad indossare i panni di eco-archeo-crocerissina è stato il signor Paolo Paolozzi. Il terreno della sua abitazione di famiglia, risalente al ‘700, confina proprio con quello che sempre, anche lui, ha considerato un “monumento”. Stanco di vederlo in condizioni di estremo degrado, “armato” di decespugliatore, falce, ronca e sacchi, Paolozzi ha lavorato per ore, di sabato e di domenica, ha tagliato erbacce, rovi, rametti. Ha pulito il tetto del casotto a fianco della vasca-sarcofago. Ha riempito due sacchi di immondizie (barattoli, lattine, pezzi di tappetini d’auto, cartacce, siringhe usate) e poi si è seduto lì accanto ammirando l’acqua non più stagnante ma limpida e “canterina” come un tempo. Quando era tra i monelli che si abbeveravano alla fonte e vi giocavano accanto.
E’ certo che fino al 1973-1974 l’acqua risultava perfettamente potabile. Ottima. Qualcuno era addirittura convinto che avesse proprietà terapeutiche. Poi, la progressiva edificazione e antropizzazione dell’area, il diffondersi di piccoli appezzamenti di terra coltivata e concimata (magari trattata con disserbanti e fertilizzanti), hanno probabilmente contribuito a contaminare la fonte sotterranea a monte, cioè a Monte D’ago. Parallelamente, col consolidato boom della motorizzazione di massa, la Fonte delle Monache è diventata un “monumento d’autolavaggio gratuito”. Certe domeniche di fine anni ’60 e primi anni ’70, c’era addirittura la fila di macchine, con relativi conducenti, in attesa del loro turno. La porta-finestra del casotto era stata forzata da un pezzo, e tutti potevano abbondantemente attingere acqua in abbondanza dal pozzo e gettarne secchiate sulle vetture fresche di insaponatura. Un andazzo che non è piaciuto alla polizia municipale. E intorno al ’75 i tecnici del Comune hanno sostituito la storica porticella di legno con una a sbarre di ferro, e l’hanno saldata definitivamente. Inoltre hanno passato una mano di cemento sul tetto e sulle pareti del casottino, così è andato perduto il caratteristico “effetto mattoni a vista” della struttura. Cosa molto più grave, proprio in quei frangenti è scomparso dalla facciata principale del casottino lo scudo in pietra, anch’esso antico, rappresentante il guerriero a cavallo dello stemma del Comune di Ancona. Prova, questa, che si trattava di una fontana pubblica comunale di grande importanza.
Ogni tanto, ancora oggi, ci si ferma qualcuno per lavare l’automobile. Speriamo che lo faccia senza sporcare. E che la Fonte delle Monache, appassionatamente adottata da Paolo Paolozzi, venga finalmente adottata e quindi tenuta sempre pulita anche dall’Amministrazione comunale.
Giampaolo Milzi.

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