CACCIA AL TESORO: le bellezze e i tesori abbandonati di Ancona. Capitolo 5, parte prima.

Sbarrata da tre cancelli dieci anni fa nell’indifferenza generale
UCCISA DAL COMUNE, DIVENTA FANTASMA
NON SI DA’ PACE L’ANTICA VIA SOTTOMARE
Non più pedonabile e in pieno degrado quasi tutto
il significativo tratto medievale di 150 metri scampato
alle bombe che distrussero il centro storico di Ancona

di Giampaolo Milzi (candidato al Consiglio comunale di Ancona per Altra Idea di Città)

Blindata, sequestrata dal Comune. Ridotta ad un fantasma urbanistico. Pugnalata alle spalle, ferita in modo potenzialmente letale da voluminose inferriate che stracciano un importantissimo capitolo della memoria storica di quell’Ancona che da sempre ha vissuto e prosperato in simbiosi col suo porto. Ciò che si era salvato di via Sottomare, le cui origini si perdono in secoli lontanissimi, è da dieci anni sbarrato da tre cancelli. Il segmento di oltre 150 metri che ancora collega la Portella della Dogana – che dà accesso allo scalo marittimo, in piazza Santa Maria – al tratto iniziale di via della Loggia, non è più pedonabile. Uno scippo bello e buono, che la maggior parte dei cittadini ignora. Perpetrato dall’Amministrazione comunale. Conniventi, o nel migliore dei casi indifferenti, le istituzioni, compresa la Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici delle Marche, ora riunita nella Soprintendenza unica delle Marche.
Un atto al limite del vandalico forte di una delibera adottata il 12 febbraio 2008 dalla Giunta comunale, allora guidata dal sindaco Fabio Sturani. Delibera poi attuata, il successivo 22 agosto, da una determinazione del dirigente dell’Ufficio Patrimonio e con la benedizione politica, appunto dell’assessore al Patrimonio, a quei tempi Roberto Stecconi. La motivazione? “Ragioni di sicurezza e igiene (certificate dall’Asur, ndr.) perché sia di giorno che di notte la via è covo di drogati e balordi, piena di siringhe ed escrementi”. Detto, scritto, fatto. I tecnici di Palazzo del Popolo, dopo un sopralluogo, affidano alla ditta Baldini l’incarico di piazzare i cancelli.
Domenica 20 maggio, il sottoscritto Giampaolo Milzi, nell’ambito di una visita guidata organizzata dalla lista Altra Idea di Città per Francesco Rubini, Sindaco per Ancona, per osservare lo stato di degrado in cui versano molte perle storico-architettoniche del rione porto-Guasco-San Pietro, ha ripetuto la perlustrazione che aveva già effettuato nel 2003 in via Sottomare in qualità di direttore responsabile del mensile free press Urlo. Una perlustrazione che certifica lo scempio di via Sottomare sia ancora in atto. Ci infiliamo nell’imbocco (in apparenza un’autorimessa, inglobato com’è nell’edificio Inail) a lato di Portella della Dogana. Più o meno trenta passi, ed ecco Il primo sbarramento. Sbirciando fra le strisce di ferro zincato, notiamo una ventina di metri più in là il secondo. Fra i due ostacoli insormontabili, una “terra di nessuno”, un nauseante quanto avvilente mix di pattume, sporcizia, erbacce. Non ci resta che tornare indietro. Percorriamo via della Loggia – via Sottomare le scorre parallelamente – e giungiamo all’altro accesso, in un piccolissimo slargo sul fianco del Palazzo RAI: bypassiamo la malandata struttura di un mega-ascensore, poi stop, non si passa, c’è il terzo cancello, ben serrato, sebbene più piccolo degli altri due. Via Sottomare off limits. Non c’è che dire, la ditta Baldini ha lavorato ad arte. Ripagata con 5.760 euro, di cui 3.860 prelevati dalle casse municipali e 1.900 erogati dalla Camera di Commercio, proprietaria della Loggia dei Mercanti. Soldi pubblici spesi per ragioni di sicurezza e igiene. Ma chi le ha poste, quelle ragioni? “All’inizio del 2008 ci fu una precisa richiesta per la chiusura della strada da parte del Tribunale amministrativo regionale (appena insediatosi in uno stabile tra via della Loggia e via Sottomare, ndr. Palazzo Benincasa) e della Camera di Commercio”, rispose nel 2013 l’Ufficio Stampa del Comune. Ma non finisce qui. Un anno e mezzo dopo lo sciagurato posizionamento dei cancelli, un colpo di scena amaramente paradossale. La Camera di Commercio e l’Ordine degli architetti della provincia di Ancona, rappresentati dai rispettivi presidenti Giampaolo Giampaoli e Sergio Roccheggiani, rendono noto di voler avviare un piano per la parziale ristrutturazione di via Sottomare (o vicolo Della Fonte). E firmano un protocollo d’intesa funzionale all’organizzazione di un concorso di idee che premi chi saprà elaborare una soluzione tecnica adeguata. “Sono appena 150 metri di vicolo, ma corrono lungo le vecchie mura cittadine (del porto, ndr.) prospicienti ad alcuni dei palazzi più belli di Ancona, come il Palazzo Benincasa e la Loggia dei Mercantii. Un vicolo carico di suggestioni e simbologie, che merita di essere ripensato e riqualificato – si legge in un comunicato stampa pubblicato allora dalla Camera di Commercio. – Il protocollo in questione, aperto alla partecipazione di altri enti locali interessati, è finalizzato alla collaborazione per la realizzazione di iniziative e progetti di riqualificazione dell’area di “cerniera” tra il porto e il centro storico della città, con particolare riguardo, appunto, alla via Sottomare (che potrebbe ospitare, ad esempio, mostre e botteghe d’artigianato artistico, ndr.)”. Nel 2013, l’ufficio stampa della Camera di Commercio ha fatto sapere che il piano si arenò in partenza, “per problemi di competenza, in quanto via Sottomare è di proprietà comunale”. Niente bando di concorso, quindi. Se ne deduce che quel “protocollo d’intesa” firmato nel gennaio 2010 non destò l’auspicato interesse di altri enti, a cominciare dal Comune, l’ente che del resto, nel 2008, la via l’aveva chiusa.
Tornando alla situazione attuale su campo, va segnalato un ulteriore paradosso, relativo al famigerato “movente” della blindatura della storica arteria stradale, ovvero le ragioni di sicurezza e igiene. In realtà, accendendo dal lato Portella della Dogana, il primo ostacolo a profilarsi è rappresentato dall’alta scala anti-incendio, a servizio della Loggia dei Mercanti, installata più o meno 30 anni fa dalla Camera di Commercio. Una scala metallica di tipo retrattile, proprio per tutelare – quando la Loggia non ospita eventi pubblici – la pedonabilità della via. Ma dal 2008, colpita e affondata la pedonabilità “grazie” ai cancelli, sono venute meno le esigenze di retraibilità, e la scala è rimasta sempre dispiegata. La scala lascia tuttavia libero uno spazio di selciato, quanto basta per poter raggiungere, poco oltre, superate un paio di auto in sosta, l’ingresso del ristorante “El Vigolo”, ultimo baluardo di vita civile. Con Franco Felcini, titolare dell’esercizio, nel 2003 ci guardammo attorno avviliti, da un lato la scala, dall’altro il primo dei cancelli. “E’ vero, questi cancelli li hanno messi per tenere lontani tossici e balordi. Ma non è servito a nulla, qui continua ad essere tutto molto sporco, le siringhe abbandonate ci sono ancora, anche questo tratto libero è ancora più degradato di prima”, dice il ristoratore. E i clienti della premiata e resistente ditta “El Vigolo” confermano.
Via Sottomare resta quindi un fantasma urbanistico. Lo è ancora di sicuro per l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Valeria Mancinelli. E’ rimasta infatti chiusa in un cassetto la mozione approvata all’unanimità Il 3 luglio 2014 dal Consiglio comunale che “impegna sindaco e Giunta a rimuovere i cancelli che nel 2008 erano stati piazzati dall’Amministrazione municipale per ragioni di sicurezza e igiene”. Una blindatura tanto più contraddittorii, visto che la Giunta Mancinelli, da quando si è insediata cinque anni fa, ha sempre dichiarato di voler avviare il progetto “Waterfront”, volto a valorizzare il percorso storico-archittettonico portuale, inclusivo di via Sottomare. Per il “Waterfront”, purtroppo, siamo fermi ai ripetuti annunci. E la medievale via Sottomare è sempre ancora più sporca e degradata. Anche perché, proprio la sua chiusura, impedisce ad Anconambiente di attuare opere di pulizia.

Foto

1) Una veduta dall’alto (parte circoscritta in rosso) di Portella della Dogana, di fronte alla Chiesa di Santa Maria della Piazza, sul cui fianco sinistro si apre il tratto superstite di via Sottomare, parallelo a via della Loggia
2) L’ingresso non segnalato da targa stradale di via Siottomare lato Portella della Dogana

 

Il giornalista Giampaolo Milzi, direttore del free press Urlo – mensile di resistenza giovanile, indica auto e motoveicoli come primi ostacoli al residuo tratto pedonabile
Il primo cancello di sbarramento posto dal Comune
La scala antincendio retrattile posizionata dalla Camera di Commercio: dovrebbe essere aperta in tutta la sua volumetria e utilizzabile solo quando la Loggia dei Mercanti ospita eventi, invece lo è sempre
La scala antincendio retrattile posizionata dalla Camera di Commercio: dovrebbe essere aperta in tutta la sua volumetria e utilizzabile solo quando la Loggia dei Mercanti ospita eventi, invece lo è sempre
Il secondo cancello di sbarramento posto dal Comune, il degrado aumenta, oltre le sbarre inizia la “giungla urbana”
Immagine dell’antro, che si apre all’inizio di via della Loggia, contiguo al Palazzo RAI, col cancelletto posto dal Comune per chiudere anche questo ingresso via Sottomare
Ancora una immagine dell’antro, che si apre all’inizio di via della Loggia, contiguo al Palazzo RAI, col cancelletto posto dal Comune per chiudere anche questo ingresso via Sottomare
Ecco come si mostrava, prima del posizionamento dei cancelli, il lungo tratto di via Sottomare
Un’altra immagine scattata prima della chiusura della maggior parte della via

CACCIA AL TESORO: le bellezze e i tesori abbandonati di Ancona. Capitolo 4.

LA PESCHIERA ROMANA DI PIETRALACROCE
UNO STRAORDINARIO ARCHEO-SITO MARINO DA VALORIZZARE COME BENE COMUNE

di Giampaolo Milzi
(candidato al Consiglio comunale di Ancona
per “Altra Idea di città”)

Orate, cefali, spigole sensibili al richiamo del rivolo d’acqua dolce canalizzato proveniente dalla rupe sovrastante. E poi prelevati con facilità dai servi di una domus patrizia che sorgeva nei verdissimi paraggi. Chissà, magari in parte destinati a un mercatino del pesce dell’urbs Dorica già legata alle sorti politiche della “caput mundi”. Accadeva più o meno 2000 anni fa, alle falde di Pietralacroce, nella Peschiera Romana. Una trappola finalizzata alla cattura stanziale, ingegnosamente costruita nello specchietto di Adriatico sotto il tratto terminale del sentiero della Scalaccia, alle falde di Pietralacroce. Chi legge potrebbe pensare che ci stiano dando sotto con la fantasia… macchè la Peschiera c’è eccome. Il fatto è che, purtroppo, è sconosciuta ai più (fatta eccezione per qualche studioso e amante del trekking), ennesima pagina importante della memoria storica di Ancona “rimossa”, caduta nell’oblio. Di chiacchiere e convegni, di annunci di progetti per la pubblicizzazione e la valorizzazione pubblica di questo sito archeologico semi-sommerso se ne sono registrati parecchi negli anni, fino al 2007. Ma non hanno prodotto nulla. La prima che dovrebbe svegliarsi? L’Amministrazione comunale, competente per la gestione e la cura del percorso “Delle Tre Valli”, un intrico di stradelli immersi nel verde incontaminato che scende verso mare lungo la falda rocciosa della frazione anconetana, regalando scorci panoramici mozzafiato. Un risveglio operativo che dovrebbe essere coordinato con l’ente Parco del Conero, in cui è compresa tutta l’area e con la Soprintendenza unica delle Marche. Fino ad ora, tuttavia, si è provveduto solo al taglio di alcune erbacce e alla sistemazione di qualche staccionata.
L’area di cui la Peschiera costituisce forse il più pregiato fiore all’occhiello, in epoca romana era formalmente compresa nella linea di costa dell’Ager Anconitanus, dove secondo gli studiosi si trovavano numerosi insediamenti facenti capo appunto ad Ancona: comunità di pescatori, centri rurali, oasi di villeggiatura per ricchi possidenti.

Radici antichissime, dunque, quelle del locale motto vernacolare “c’avemo i moscioli e ce piace el vi’”. La Peschiera infatti era una vera e propria struttura con funzioni di allevamento ittico, buona magari anche per la coltivazione di mitili e altri frutti di mare.
La sua scoperta ed esplorazione risale al 2001. Ad opera del nucleo subacqueo della Soprintendenza ai Beni archeologici guidato dalla dott.ssa Maria Cecilia Profumo in collaborazione col circolo Komaros Sub di Ancona. La Peschiera è caratterizzata da alcune vasche scavate nella roccia (marna sedimentaria), disposte su file parallele al profilo costiero, divise da setti regolari e collegate tra loro da canali, che giacciono ad una profondità variabile di circa 2,5 metri. La struttura, che misura 32 metri in larghezza e 13 in lunghezza, copre una superficie scoperta di 416 mq. Le pareti delle vasche si elevano ancora per quasi 2 metri. In alcuni punti erano dotate di gradini, anch’essi ricavati nella roccia. Gradini e passaggi a pelo d’acqua servivano come punti di osservazione per facilitare la cattura dei pesci oltre che la manutenzione delle vasche (fonte:
(M. C. Profumo, La peschiera romana di Pietralacroce in Studi Maceratesi 2007, 41).
Un sito archeologico d’importanza eccezionale, unico lungo il litorale adriatico occidentale. Ma ciononostante fino ad oggi, un sito quasi fantasma. All’inizio dell’anno scorso si era accesa qualche speranza per una virtuosa inversione di rotta. L’ente Parco del Conero aveva infatti avviato un piano di lavori per la pulizia e risistemazione di tutti i percorsi “Delle Tre Valli”, che prevedeva la sistemazione di punti sosta per comode passeggiate, segnalati con cartelli divulgativi, compreso il belvedere della Scalaccia che dà sulla Peschiera Romana. Ma, com’è noto, il successivo e tendenzialmente cronico commissariamento dell’ente Parco (che aspetta il Comune a dire la sua per il rinnovo del direttivo?) e il suo bilancio sempre più in rosso (per gravi responsabilità della Regione) hanno relegato nel cassetto la speranza di valorizzazione. Una speranza che era legata anche ad un altro progetto, finanziato dalla Regione, che l’ente Parco stava programmando e che avrebbe dovuto vedere anche la collaborazione della Soprintendenza. Si tratta di un progetto di “Museo diffuso” che punta a far conoscere a un pubblico più vasto dieci siti di eccellenza archeologica e architettonica ricompresi nell’area protetta del Conero, tra cui appunto quello della Pescheria Romana. Un’operazione che prevede la realizzazione di pannelli con informazioni approfondite e piantine illustrative, da posizionare all’interno del Centro visite del Parco, a Sirolo, e probabilmente anche a corredo, “in loco”, dei siti prescelti. Purtroppo anche di questo progetto si sono perse le tracce. Altra Idea di Città è intenzionata a ritrovarle queste tracce, e a fare tutto il possibile affiche il sito archeologico della Peschiera Romana di Pietralacroce sia destinato pienamente alla fruibilità di cittadini e turisti come bene comune di grande valore sTorico-ambientale.

CACCIA AL TESORO: le bellezze e i tesori abbandonati di Ancona. Capitolo 3. SOS DALLA FONTE DELLE MONACHE COL SARCOFAGO PALEOCRISTIANO

Uno storico sito d’approvigionamento d’acqua a Monte Dago abbandonato al degrado dall’Amministrazione comunale.

Il coperchio di un grande sarcofago di epoca paleocristiana utilizzato come vasca per una fontana, le cui origini si perdono lontano lontano nel tempo, accompagnate da misteriose suggestioni. Sì, un sarcofago risalente al VI secolo d.C., nel quartiere di Tavernelle, ai confini con quello di Brecce Bianche. Che lusso, direbbe qualcuno. Ma i più dovrebbero scandalizzarsi per un’altra realtà: la Fonte delle Monache, questo il nome della fontana, è cronicamente vittima del naturale assalto di erbe spontanee e rovi, oltre che di quello meno naturale di cartacce e rifiuti, senza che mai le istituzioni competenti abbiano provveduto a ripulirla o ad effettuare un minimo di opera di manutenzione, a cominciare dal Comune, che ne detiene la proprietà. E che non ha mai pensato di segnalarla con una targa storico-turistica. Tutto ciò nonostante sia catalogata come bene pubblico di valore dal Sistema informatico del patrimonio culturale della Regione Marche, che stigmatizza il suo “cattivo stato di conservazione”.
In realtà pochi, tra gli anconetani, conoscono l’esistenza della struttura in pietra con vasca che dalla folta vegetazione si affaccia nei pressi dell’incrocio in cui la vecchia strada delle Palombare, proveniente dalla Montagnola, sfocia in via Monte Dago. Non nei ricordi di quelli più anziani e nella tradizione orale, per i quali il piccolo edificio e la millenaria sorgente che lo alimenta sono ben vivi e presenti.
Di fonti d’acqua sorgiva, alcuni veri e propri fiumiciattoli, era ricca tutta quell’area di campagna. Acqua preziosissima fino a un secolo fa, quando ancora non scorreva dai rubinetti delle case. E all’acqua del “Rio della Fonte delle Moniche” (così lo definisce una carta militare del 1860) ricorrevano non solo i viandanti per rifocillarsi e rinfrescarsi. Ma in modo diffuso, per un vero e proprio approvvigionamento domestico, le massaie di Tavernelle, all’epoca piccolo borgo rurale, così come i contadini per innaffiare gli orti. La vasca era usata anche come lavatoio e come abbeveratoio per gli animali. E molto utile fino a tutti gli anni ’50 del ‘900, visto che le case coloniche dei paraggi dovettero aspettare fino a quel periodo per essere allacciate all’acquedotto municipale. Nel libro di “Storia popolare di un borgo di periferia” (di R.Muti) che racconta Tavernelle nei primi del 900 c’è scritto che “si faceva provvista d’acqua con brocche di terracotta nelle uniche tre fontane: quella servita con la pompa al centro del paese, al pozzetto e alla Fonte delle Moniche, perche nelle case non c’era acqua corrente”. Accanto alla Fonte camminavano mano nella mano gli innamorarti per romantiche passeggiate. E fino a una quarantina d’anni fa risuonavano le risate dei bambini e dei ragazzini, che inventavano giochi “tra schizzi e lazzi”.
La Fonte di via delle Palombare tornò ad essere “religiosamente o laicamente benedetta” perché indispensabile ogni volta che Ancona subì calamità naturali o provocate dall’uomo. In molti, durante la seconda guerra mondiale, la raggiungevano percorrendo lunghe distanze, anche a piedi, per riempire taniche d’acqua da riportare a casa. Lo stesso accadde poi, durante le interruzioni della fornitura idrica ad uso civico nel 1972, quando il terremoto per mesi fece tremare di brutto, mise in ginocchio e danneggiò gravemente molte aree di Ancona. E ancora, nel 1982, l’anno della Frana Barducci, ci fu chi si spinse dalle zone disastrate di Posatora, del Borghetto, della Palombella fino all’efficiente rubinetto della Fonte delle Monache per fare rifornimento.

Insomma, pur essendo ignota ai più, dalla Fonte- Fontana delle Monache spilla ancora una memoria ancora viva. Nonostante, purtroppo, la struttura rischi, periodicamente, di scomparire, di asfissiare nell’abbraccio riservatole dalla vegetazione. Non le vengono in soccorso il Comune, legittimo quanto ingrato proprietario, Anconambiente, la Soprintendenza. E’ la gente comune a raccogliere l’sos lanciato dall’acqua che pur continuando a gorgheggiare, finisce spesso per impudritirsi nella vasca-sarcofago ridotta a piccolo stagno. Tra il 1996 e il 1998 il richiamo d’aiuto idealmente lanciato dalla Fonte delle Monache ha sedotto gli alunni e gli insegnanti della scuola elementare Bramante (oggi Maggini), che le hanno dedicato una ricerca storica, l’hanno ripulita e adottata come “monumento”. Una forte boccata d’ossigeno cui è inevitabilmente seguito il degradante oblio. Durato fino a un week-end dell’autunno 2014. Quando ad indossare i panni di eco-archeo-crocerissina è stato il signor Paolo Paolozzi. Il terreno della sua abitazione di famiglia, risalente al ‘700, confina proprio con quello che sempre, anche lui, ha considerato un “monumento”. Stanco di vederlo in condizioni di estremo degrado, “armato” di decespugliatore, falce, ronca e sacchi, Paolozzi ha lavorato per ore, di sabato e di domenica, ha tagliato erbacce, rovi, rametti. Ha pulito il tetto del casotto a fianco della vasca-sarcofago. Ha riempito due sacchi di immondizie (barattoli, lattine, pezzi di tappetini d’auto, cartacce, siringhe usate) e poi si è seduto lì accanto ammirando l’acqua non più stagnante ma limpida e “canterina” come un tempo. Quando era tra i monelli che si abbeveravano alla fonte e vi giocavano accanto.
E’ certo che fino al 1973-1974 l’acqua risultava perfettamente potabile. Ottima. Qualcuno era addirittura convinto che avesse proprietà terapeutiche. Poi, la progressiva edificazione e antropizzazione dell’area, il diffondersi di piccoli appezzamenti di terra coltivata e concimata (magari trattata con disserbanti e fertilizzanti), hanno probabilmente contribuito a contaminare la fonte sotterranea a monte, cioè a Monte D’ago. Parallelamente, col consolidato boom della motorizzazione di massa, la Fonte delle Monache è diventata un “monumento d’autolavaggio gratuito”. Certe domeniche di fine anni ’60 e primi anni ’70, c’era addirittura la fila di macchine, con relativi conducenti, in attesa del loro turno. La porta-finestra del casotto era stata forzata da un pezzo, e tutti potevano abbondantemente attingere acqua in abbondanza dal pozzo e gettarne secchiate sulle vetture fresche di insaponatura. Un andazzo che non è piaciuto alla polizia municipale. E intorno al ’75 i tecnici del Comune hanno sostituito la storica porticella di legno con una a sbarre di ferro, e l’hanno saldata definitivamente. Inoltre hanno passato una mano di cemento sul tetto e sulle pareti del casottino, così è andato perduto il caratteristico “effetto mattoni a vista” della struttura. Cosa molto più grave, proprio in quei frangenti è scomparso dalla facciata principale del casottino lo scudo in pietra, anch’esso antico, rappresentante il guerriero a cavallo dello stemma del Comune di Ancona. Prova, questa, che si trattava di una fontana pubblica comunale di grande importanza.
Ogni tanto, ancora oggi, ci si ferma qualcuno per lavare l’automobile. Speriamo che lo faccia senza sporcare. E che la Fonte delle Monache, appassionatamente adottata da Paolo Paolozzi, venga finalmente adottata e quindi tenuta sempre pulita anche dall’Amministrazione comunale.
Giampaolo Milzi.

CACCIA AL TESORO: Le bellezze e i tesori abbandonati di Ancona, Capitolo 2. QUEI PICCOLI IMMOBILI CONDANNATI ALL’OBLIO.

Non si capisce perché il Comune di Ancona non li conceda in affitto e li valorizzi.
Piazze Stamira, Pertini e Cavour: tre strutture in disuso in attesa di una funzione.

La cartina topografica degli immobili in degrado, abbandonati e in disuso di cui è proprietaria l’Amministrazione comunale ad Ancona è a macchia di leopardo, con molti punti neri, alcuni piccoli, altri più corposi ed esclamativi. Ed è caratterizzata, appunto, da alcune macchie, tanto sono grandi in questi i casi i palazzoni in questione.
Riportiamo solo tre casi di “palazzini”. Sebbene piccoli manufatti, sono anch’essi punti neri, e meritevoli del segno esclamativo, oltre che interrogativo. Neri, oscuri, come certa mala amministrazione del patrimonio pubblico. Ancora più “mala” e oscura, visto che le casse del Comune di Ancona piangono a dirotto, come quelle di molti altri Comuni italiani. Ma per ciò che riguarda Ancona, la lista degli immobili relegati all’oblio dalla Giunta PD Mancinelli (molti ereditati da quelle precedenti) è davvero oltre modo lunga in rapporto alla grandezza della città e al numero della sua popolazione.
Cominciando da piazza Stamira, è da moltissimi anni che l’edificio che fa angolo con via Palestro è sprangato e ridotto in condizioni pietose. Classico pugno nell’occhio, in pieno centro, per chi passa, oltre che spreco di un ambiente che andrebbe ripulito e risistemato (con poca spesa) e restituito alle funzioni precedenti o ad altre. Magari concedendolo in affitto a qualcuno.
Basta attraversare la strada ed eccoci nella mal riuscita, e senza vocazione precisa, piazza Pertini. In direzione della scultura “Mater Amabilis” (i bellissimi rinoceronti), spicca un’altra struttura più ampia, un centinaio di metri di fronte al Bar Pertini (lato via San Martino), senza vita da almeno cinque anni, con l’aggravante che è moderna e in buone condizioni, realizzata contestualmente alla nuova piazza. Chissà, forse qualche addetto del Comune la usa come deposito di attrezzi da lavoro. Ma è solo una lontana ipotesi. Progettata come contenitore polifunzionale, adatta ad essere dotata di tavolini e sedie all’esterno, andrebbe valorizzata. Anche qui, lecito chiedersi perché l’Amministrazione comunale non la affitti, o la venda. Potrebbe andare benissimo per una delle tante associazioni perennemente in cerca di una sede. Potrebbe ospitare un altro bar, una pizzeria… fate voi. O magari un ufficio informazioni, visto che l’unico presente ad Ancona è relegato all’interno del porto (una vera genialata!). L’ultima volta che questo manufatto ha avuto un senso è – come già scritto – 5 anni fa, alla vigilia delle ultime elezioni amministrative comunali, quando il Movimento 5 Stelle l’ha ottenuto in locazione per il periodo della campagna elettorale.

L’ex Bar Gino – Caffè latino in Piazza Cavour.
Il casotto in Piazza Stamira
La struttura in Piazza Pertini

Ancora un centinaio di metri, e approdiamo a piazza Cavour, angolo archi-palazzo della Ferrovia. Un blocco rivestito di tela plastificata verde, che nasconde ciò che fu, per decenni, prima il mitico Bar Gino e poi il Caffè Latino. Salvato dal progetto per il recente rifacimento della piazza, perché destinato a funzioni da definire, qualcuno potrebbe scambiarlo per una discutibilissima installazione artistica moderna. Ennesimo angolo morto di una città ancora, nonostante tutto, “Bella addormentata sul golfo”.

Giampaolo Milzi.

CACCIA AL TESORO: Le bellezze e i tesori abbandonati di Ancona. Capitolo 1.

NON “CANTA” PIU’ LO STORICO VICOLO DELLA STORTA
CELEBRATO IN MUSICA DA RAFFAELE MAZZEI DA ANNI PERCORRIBILE SOLO IN PICCOLA PARTE E IN DEGRADO PERCHE’ SBARRATO DAL COMUNE.

Una suggestiva strada di origini medievali che unisce
piazza S.Francesco a via Saffi da riconsegnare a cittadini e turisti.

Povero Vicolo della Storta. Prima le distruzioni della II guerra mondiale, poi il terremoto del 1972, e le varie Amministrazioni comunali che lo hanno, di fatto, depennato, dallo stradario cittadino. E La Giunta Mancinelli non ha fatto eccezione.
Nel gennaio 2016, molto imbarazzato, così ha risposto l’ex assessore comunale ai Lavori Pubblici e al patrimonio Maurizio Urbinati: “Quel vicolo non l’ho dimenticato, ma il suo recupero, la sua valorizzazione, non sono una priorità”.
Le reti e le cancellate apposte dal Comune nel 2015 dopo i due accessi, quello in alto in piazza San Francesco e quello in basso in via via Saffi? Per la parte verso il porto c’è ance il cancello posizionato da una ditta durante lavori di ristrutturazione di immobili confinanti…
“Per impedire altre situazioni di degrado…”. E già, il degrado. Il Comune gli ha dato una ripulita al Vicolo della Storta. Da 70 anni, cronicamente, infestato da rifiuti, guano di piccioni, calcinacci, qualche siringa usata. Un sopralluogo nell’autunno 2015 ci ha mostrato il degrado che mortifica il Vicolo: erbacce, sporcizia, segni di bivacchi. Inoltre va stigmatizzato soprattutto che non è pienamente percorribile, in quanto, scendendo dall’imbocco di piazza San Francesco, dopo un po’ è ostruito da un cancello posizionato, anni addietro, da una ditta durante lavori di ristrutturazione di immobili confinanti.

F

orse ad Urbinati e all’attuale Amministrazione comunale basta una ripulitina per mettersi la coscienza a posto, quella attuata ad inizio dicembre di tre anni fa. Ma la coscienza popolare, la memoria storica, a lui e alla Giunta, gli mollano un bel 4 in Storia. Perché mica parliamo di una stradina qualunque. Di origine plurisecolare, come il parallelo Vicolo della Serpe, rappresenta (con via Sottomare, anch’essa impercorribile causa cancelli) l’unica, più fedele e significativa fotografia di quello che fino alla vigilia dei devastanti bombardamenti aerei del 1943-44 era il caratteristico, vastissimo intrigo di viottoli e viuzze che dalla Cattedrale di San Ciriaco scendeva per il Guasco fino al mare e si allungava dal rione Porto al rione San Pietro. Tanto da meritare una citazione in “Ancona dentro le mura”, il saggio scritto dal maestro architetto Vincenzo Pirani nel 1979, una specie di bibbia descrittiva di tutte le vie dell’Ancona più antica, della città’ che fu e di quella che resiste malconcia, nonostante siamo ancora in attesa di una vera, credibile strategia d’intervento istituzionale per la rinascita della parte più vetusta dell’Ankon.
Un percorso ripido, stretto, oscuro, sinuosissimo (da qui il nome), costellato di archi, archetti, finestrelle, sottopassi, quello che il Vicolo potrebbe ancora regalare: un tuffo capace di evocare atmosfere del passato, dalla monumentale piazza san Francesco fin quasi allo scalo marittimo. Nell’ante-guerra e poi negli anni ’70, prima che venisse chiuso, quelle atmosfere erano rivissute solo dai ragazzi, che sfidavano la paura del buio e dell’ignoto cimentandosi in avventurose prove di coraggio nel percorrerlo per intero. Curve brusche, ripidità vertiginosa, ma fascino ed emozioni straordinarie. Tanto che proprio negli anni ’70, il cantautore anconetano Raffaele Mazzei gli dedicò una canzone, al Vicolo della Storta, dove, metaforicamente, “il buio si confonde con la morte”. Mazzei gliele canterebbe e suonerebbe all’assessore Urbinati. Chiedendogli di farlo rivivere subito, come perla d’attrazione popolare, anche turistica.