Il Welfare e la città

Un contributo per Altra Idea di Città.

Molte sono le possibili scelte di una città che hanno a che fare con la qualità della vita dei residenti. Al comune spettano le politiche che riguardano i servizi sociali alla persona nel proprio territorio, organizzati nell’Ambito Sociale di riferimento. Innanzitutto le decisioni che riguardano i servizi per l’infanzia, soprattutto nella fascia 0-3: poter disporre di un servizio per i figli è spesso decisivo per conciliare il tempo di vita con il tempo di lavoro, soprattutto per le mamme. Altre scelte che riguardano il ‘welfare scolastico’ si possono rivelare importanti (interventi economici  per consentire  il ‘tempo pieno’ nelle scuole primarie e secondarie di primo livello, assistenza per l’integrazione scolastica dei bambini disabili, trasporto degli allievi da casa a scuola, organizzazione delle mense scolastiche) . Di grande importanza sono poi le politiche che riguardano i servizi per soggetti fragili, con disabilità o addirittura non autosufficienti: assistenza domiciliare, centri diurni, centri residenziali, rappresentano altrettante modalità di ‘welfare locale’, da organizzare tenendo presente quanto offerto dal Servizio Sanitario Locale. Tali misure sono spesso decisive per il cosiddetto ‘welfare famigliare’ e per non ‘intrappolare’ i soggetti femminili del nucleo famigliare nelle continue e pesanti attività di assistenza.   Esistono poi interventi volti a contrastare le mille forme che la povertà assume nella società odierna: tariffe agevolate per i servizi essenziali (acqua, luce, gas),  sostegno per il pagamento degli affitti, sussidi a famiglie numerose, politiche di accoglienza e integrazione degli immigrati in difficoltà, politiche volte a fornire alloggi a prezzi accessibili tramite l’edilizia pubblica, convenzionata , anche con le formule del cohousing, ricoveri per i senza fissa dimora, mense per i poveri (magari in convenzione con organizzazioni di volontariato). Rientrano infine in un quadro di welfare locale anche le scelte in tema di trasporto locale urbano ed extraurbano (dalle fasce orarie al prezzo per l’accesso, alle tariffe agevolate). Essendo infine il sindaco responsabile della salute dei propri cittadini, devono essere costantemente monitorati da un lato l’operare delle strutture ospedaliere ed extraospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale, così come, dall’altro, l’inquinamento dell’aria causato dal traffico urbano, su gomma e dalle attività industriali soprattutto dell’area portuale.

 

Prof. Ugo Ascoli, sociologo, ex assessore regionale, docente universitario.

Considerazioni sul Teatro ad Ancona

Testo di Loretta Antonella, che ringraziamo per il contributo.

Cosa vorrei si realizzasse per il Teatro ad Ancona? Vivacità, opportunità per chi si cimenta in questo fantastico mondo, pluralità di operatori, attenzione per le nuove generazioni che inevitabilmente portano innovazione e fermento.

In questi anni si è assistito alla stabilizzazione degli Enti Teatrali Istituzionali, alla concentrazione degli spazi teatrali verso un unico ente che non è riuscito a redistribuire sul territorio anconetano determinando la perdita di opportunità e di sperimentazioni per gli artisti del luogo che si vogliono cimentare in questa arte. Non è un caso che non siano “nati” in questi anni nuovi gruppi teatrali o artisti. Anzi, quello che è avvenuto è una sorta di diaspora: molti hanno preferito andare via da Ancona, poiché non è stata più considerata una città ospitale per il teatro.

Obiettivo primario per sviluppare e far ritornare viva l’attività teatrale è la condivisione tra le associazioni teatrali e gli artisti di uno spazio teatrale, che permetta di re-innescare un sano e vivace sviluppo teatrale.

Nessun artista è nato famoso, ma lo è diventato.

L’importanza di una ripresa dell’investimento culturale ad Ancona

Di Andrea Astracedi (Contributo Esterno) che ringraziamo.

La nostra città ha conosciuto molti giorni spensierati negli ultimi decenni, e fu a volte dipinta come
un’isola felice per quel che riguarda criminalità e ordine pubblico. Ma anche nei suoi paraggi più benestanti
flagelli come le tossicodipendenze, il disagio giovanile, hanno messo in luce ben prima del manifestarsi
dell’ultima drammatica crisi economico-finanziaria, le debolezze di una comunità che faticava a ricostruirsi
dopo il trauma della Seconda Guerra Mondiale, e che piuttosto si lasciava andare a frustranti individualismi
privati o familistici, sotto la garanzia di nuovi patronati politici e imprenditoriali. Ulteriori sconquassi portati
dal terremoto del ‘72 e dalla frana a un decennio di distanza hanno reso ancor più difficile un lineare
percorso di ricostruzione, che anzi fu dirottato verso una destrutturazione dell’unità urbanistica, verso la
creazione di nuovi quartieri estremamente dislocati, che si annunciavano forse non come certe borgate
invivibili di periferia ma certo impossibilitanti la ricreazione di un volto e quindi di un’identità profonda
vissuta dalla città. La vera ricostruzione non ci fu, quello che si perse con i bombardamenti del ’44 resta
indicibile, di certo un patrimonio di comunità sociale che venne avvolto in un lutto silenzioso e che ormai
lontano fatica persino a spiegarsi a noi oggi presenti. Paradossalmente una ricostruzione profonda pare più
cominciarsi oggi nel ‘virtuale’, grazie ai gruppi di discussione e condivisione sui social network tematici
focalizzati sulla storia recente e meno recente di Ancona. Se non c’è un posizionarsi al recupero di un filo
con il passato, senza per questo indugiare in stolte nostalgie, difficilmente il senso di comunità si recupera,
per contro corruttela e personalismi effimeri tendono a prevalere. Riprendo qui un mio vecchio appunto:
stupisce a vedere, nella mia città mercantile e marinara che fu l’Ancona repubblica, apposto sul magnifico
frontone della Loggia dei Mercanti l’incisa epigrafe ‘Comunitatis Anconæ’, a ricordarmi che il senso di
comunità appartenne anche ai mercanti, a coloro che più fortemente di chiunque altro portavano già allora,
già nel secolo quindicesimo, i semi della disgregazione egoistica; come se, tornando a casa dai lunghi e
rischiosi viaggi per mare, non potessero in effetti prescindere dal calore portato loro dalla famiglia, ma in
misura non minore da quel consorzio umano civico, che tutt’assieme li faceva veramente sentire ‘a casa’.
La crisi economico-finanziaria ormai iniziata dieci anni fa ha messo in luce debolezze storiche e
croniche italiane: Ancona non ha fatto eccezione, ed anzi il suo ambiguo percorso di recupero dai disastri
post-bellici, a cui è mancato il decisivo ricostituirsi di un vero spirito civico, ha ulteriormente inciso, e
destinato le potenzialità della città verso derive a se stanti: il porto, il cantiere, l’Università, il centro storico,
le periferie frammiste ai nuovi precari centri commerciali e logistici. Ciascuno ha dovuto affrontare come
meglio poteva le difficoltà, ma Ancona come entità civica in tutto questo è stata poco rilevante. La fatiscenza
di una raffineria, il vergognoso epilogo di una nota banca, l’agonia dell’aeroporto e il boccheggiare del
cantiere… stendo qui solo alcune pennellate di colore fosco, tanto per non perdere di vista l’oggetto malato
per il quale l’investimento in cultura è un farmaco che appare sostanzialmente ignorato ma che poteva e può
fare la differenza.
Anzitutto l’investimento di chi: ricostituire il soggetto, l’entità civica di Ancona, è un processo che può
far parte di un circolo virtuoso, in cui anche la parte amministrativa può giocare un ruolo di primo piano. Per
essere all’altezza di un modello sociale la cui economia sia basata sulla conoscenza, come è negli auspici del
Trattato di Lisbona, questo processo più che una opzione dovrebbe essere visto come un’azione
fondamentale. Dunque l’investimento in che cosa: in cultura, nell’accezione più ampia, evitando scadimenti
in specialismi sterili, compreso quella sorta di specialismo che ha ridotto la ‘cultura’ stessa a una cosa fra le
tante, da ammirare di dietro a una vetrina. Restituire all’intellettualità in grado di inverarsi in interdisciplinarietà e di dotarsi di una visione d’insieme quella funzione di perno attorno al quale una società si riorganizza e si riconosce unita, e dove si evitino snobismi fra il filone umanistico e quello scientifico:
perciò un nuovo soccorso dovrebbe provenire da quelle Università che, non più centrate solo sugli spin-off,
ritrovassero appieno il proprio vigore nell’agire pubblico. Intercettare e promuovere tipicità, talenti, patrimoni culturali inespressi.

Le comunità che sanno farlo sono quelle che resistono meglio all’impatto delle
crisi, come messo in evidenza dal sociologo statunitense Richard Florida. Investimenti con che cosa: certo,
l’accorciarsi dei fondi pubblici a disposizione pone di fronte a un dilemma chi li amministra. Scegliere una politica culturale di formazione e promozione, magari a scapito di un presunto ‘grande evento’ che pur lascia
a prima vista catturare più facilmente il plauso della cittadinanza, è sapersi assumersi un rischio più grande,
come è più grande la politica vera di quella che vuol vivere dell’incasso di giornata.

Genga, Primo Maggio 2018.

Riflessioni sulla Cultura ad Ancona

Testo di Massimo Cartaginese, che ringraziamo.

Partecipando ad una recente riunione a sostegno del candidato Rubini, ho esposto alcune sparse riflessioni personali sulla gestione culturale, da parte delle amministrazioni comunali recenti, degli spazi e, soprattutto, dei mezzi tecnici necessari ad organizzare eventi ed installazioni multimediali.

Mi è stato chiesto di rendere pubblici tali pensieri sparsi e volentieri lo faccio, senza illudermi che giungano alle orecchie di chi avrebbe, da tempo, dovuto ascoltare.

Chi mi conosce sa che da qualche anno ho incentrato il mio lavoro, da solo e con altri, nell’ambito dell’arte pubblica; l’arte pubblica si occupa (per definizione) di temi di interesse per la comunità. Interrogandosi e interrogando le amministrazioni pubbliche su tali temi, l’arte pubblica utilizza spazi diversi da quelli della galleria, spesso devoluti alla pittura; i nostri strumenti sono molto spesso legati alla riproducibilità (leggi: installazioni, comunicazione mediale, come poster ed affissioni “pubblicitarie”, videoproiezioni).

E’ evidente che nel cercare di realizzare tali proposte, è necessario entrare in una relazione “complice” con chi amministra la città, vuoi per la specificità dei temi proposti (appunto di pubblico interesse, in primis il recupero della memoria storica e l’individuazione di un genius loci specifico e comunicabile), vuoi per la necessità di operare in spazi di pubblica pertinenza, e vuoi infine, non meno importante, per accedere ai necessari mezzi economici e tecnici che permettono di realizzare idee e visioni.

E qui casca (particolarmente) l’asino. Senza farmi pubblicità ma in qualità di aneddoti, voglio citare un paio di episodi capitati a me e forse significativi e paradigmatici per altri.

Nel 2015 realizzai con il gruppo Voyagerlab, nella sala box della Mole Vanviteliana, una installazione complessa che aveva come tema il recupero di senso e importanza delle lapidi celebrative di eventi storici locali, lapidi che quasi nessuno consulta più o alle quali poneva necessaria attenzione.

Per realizzare progetto e installazione, il nostro referente, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona, rese disponibili i tre video proiettori richiesti: oggetti vetusti, ma tanto è.

Il giorno prima di inaugurare le le lampade di due dei tre esemplari cedettero per sempre (del resto la loro parte la facevano da anni, da troppi anni). Lampade giudicate insostituibili per ragioni economiche e burocratiche. Risolvemmo grazie al fortuito passaggio in sala di un amica gallerista che mise a nostra disposizione, seduta stante, due proiettori: gli angeli esistono ancora!

Lo scorso marzo 2018, invitato a partecipare all’ultima edizione di Cinematica nella sede consueta della Mole, scopro che la situazione è rimasta perfettamente immutata, vale a dire che l’hardware disponibile è sempre lo stesso. Nessun proiettore è stato acquistato e quello miracolosamente sopravvissuto appartiene, assieme a pochi monitor LCD e lettori DVD, al campo della pura archeologia digitale: roba da collezionisti!

Come è possibile che una città capoluogo di Regione (e che aspira a rimanere tale), che può avvalersi di uno spazio espositivo architettonicamente unico al mondo, non si ponga il problema di investire denaro (si, denaro!) per dotarsi di attrezzature tecniche adeguate?

L’uomo della strada, posto di fronte alla “gestione” ormai decennale della Mole operata dalle stessa parte parte politica (legittimamente al governo perché vincitrice di consultazioni elettorali precedenti), succeduta a sé stessa negli anni in varie sfumature di tono e colore, a quell’osservatore viene il sospetto che tale parte politica non voglia in realtà gestire in prima persona lo spazio della Mole, complicato e costoso (si, costoso!), ma voglia, nel presente e in prospettiva, ricorrere sempre più all’iniziativa di privati “mecenati” o private fondazioni culturali.

Un segno è il succedersi delle mostre “chiavi in mano”, economiche per chi amministra, divulgative e didattiche per la cittadinanza (certo, c’è bisogno anche di questo) dunque con un buon ritorno di immagine. Tuttavia queste iniziative azzerano o quasi il budget disponibile per la realizzazione di iniziative culturali e artistiche che la creatività locale, obiettivamente non seconda ad altre e spesso altrove riconosciuta, propone.

Il risultato è quello di confinare forzatamente l’arte e la cultura locale catalogata “d’avanguardia” (!) nel perimetro della retroguardia, in quello del dilettantismo, dell’approssimazione, della dimensione da oratorio parrocchiale.

Insomma gli si impedisce di emergere perché considerata minoritaria e inadatta a creare consenso (per estensione consenso elettorale), in fin dei conti rompiballe e fuori-tempo: chi ha creduto fino in fondo, al punto di scommettere (o investire?) denaro pubblico, a istanze e proposte culturali pre-giudicate comunque autoreferenziali e di nicchia?