Considerazioni di Enrico Mariani a quattro anni dal sisma

Dopo quattro anni gli effetti della corsa sotterraneo del drago che ha devastato l’Appennino Centrale sono ancora tutti lì, all’aria aperta, esposti al pubblico sguardo e alla libera interpretazione di chi ha ancora gli occhi per guardare. Bisognerebbe smettere di chiamarla “emergenza”, perché poi arriva il Covid e diventa “emergenza nell’emergenza”, e allora capisci che c’è qualcosa che non va, perché le emergenze per definizione a un certo punto rientrano. In queste zone invece si danno condizioni di vulnerabilità strutturale.
Ci si abitua alle proprie macerie, ma non a quelle degli altri mi dice P. passando a Piedilama, una “Kabul” che continuerà a provocarti quel brivido – è lì che si spalancano le porte dell’immaginazione: quella porta appesa, quel cortile a picco sulla valle, quel letto matrimoniale e il comodino e l’abadjour. Vertigine della quotidianità spezzata “com’era”. Quello attuale viene definito un tempo sospeso che immobilizza tutto il cratere, senza dimenticare la tragedia del maceratese e dell’umbro colpiti dalle scosse del 26 e 30 ottobre 2016 e quella, abruzzese, del 18 gennaio 2017. Il tempo dello stallo, dove si prendono decisioni senza poter vedere né sapere il futuro, dove abitare in SAE è una scelta obbligata se si vuole rimanere, dove la progettualità futura è vincolata ad una ricostruzione che non si sa e non si vede.
Responsabilità diffuse su più livelli, effetti che si scaricano brutalmente sulla vita degli individui e della collettività – vite bombardate e poi recintate, prima negli alberghi ora nelle SAE – in attesa che torni la normalità. Normalità che era abbandono, ma con una storia, dei tempi, degli spazi e degli attori. Una stratificazione di processi politici e culturali che ha prodotto le “aree interne”: zone ricche da un punto di vista naturalistico e culturale, distanti dai grandi centri e interessate, da anni, da un depauperamento sociale ed economico, da una cronica carenza di welfare territoriale e da spopolamento.
Oggi è il giorno del ricordo e le 3 e 36 di Amatrice, Accumoli, Arquata, Pescara e le altre portano il dolore e la rabbia, la stessa di quando ci ripetevamo che era assurdo vedere le macerie ancora lì, che era incredibile che niente si muovesse, che era importante parlarne perché non ci si rende conto. Nel frattempo l’Appennino Centrale continua ad allontanarsi dai radar della politica e dei media, diventa un oggetto culturale tra gli altri, tanto che è possibile inserirlo in una fiction come arco narrativo secondario di uno dei protagonisti. Sembra incredibile. E infatti bisogna continuare a incazzarsi come il primo giorno, come R., che era da un po che non veniva su, e lungo la strada di macerie e case sventrate non smetteva di inveire.
La questione è anche quella di ri-abitare i borghi e le aree interne, ma non serve scomodare le archistar per renderli attrattivi. Piuttosto serve renderli abitabili implementando il welfare e i servizi alla persona, partendo proprio dal diritto all’abitare, dalle pratiche degli attori e delle reti che stanno già prefigurando forme di vita alternative al modello urbano-centrico. È questa la lotta di chi resta, di chi torna e di chi vuole dare un contributo: abitare e costruire devono andare di pari passo. A meno che non si vogliano dei paesi presepe-scenografia: buoni per le foto e per le tasche di pochi, svuotati della territorialità che li ha resi unici, bellissimi e, d’altra parte, così desiderabili per il post-disaster capitalism.

Enrico Mariani

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