L’importanza di una ripresa dell’investimento culturale ad Ancona

Di Andrea Astracedi (Contributo Esterno) che ringraziamo.

La nostra città ha conosciuto molti giorni spensierati negli ultimi decenni, e fu a volte dipinta come
un’isola felice per quel che riguarda criminalità e ordine pubblico. Ma anche nei suoi paraggi più benestanti
flagelli come le tossicodipendenze, il disagio giovanile, hanno messo in luce ben prima del manifestarsi
dell’ultima drammatica crisi economico-finanziaria, le debolezze di una comunità che faticava a ricostruirsi
dopo il trauma della Seconda Guerra Mondiale, e che piuttosto si lasciava andare a frustranti individualismi
privati o familistici, sotto la garanzia di nuovi patronati politici e imprenditoriali. Ulteriori sconquassi portati
dal terremoto del ‘72 e dalla frana a un decennio di distanza hanno reso ancor più difficile un lineare
percorso di ricostruzione, che anzi fu dirottato verso una destrutturazione dell’unità urbanistica, verso la
creazione di nuovi quartieri estremamente dislocati, che si annunciavano forse non come certe borgate
invivibili di periferia ma certo impossibilitanti la ricreazione di un volto e quindi di un’identità profonda
vissuta dalla città. La vera ricostruzione non ci fu, quello che si perse con i bombardamenti del ’44 resta
indicibile, di certo un patrimonio di comunità sociale che venne avvolto in un lutto silenzioso e che ormai
lontano fatica persino a spiegarsi a noi oggi presenti. Paradossalmente una ricostruzione profonda pare più
cominciarsi oggi nel ‘virtuale’, grazie ai gruppi di discussione e condivisione sui social network tematici
focalizzati sulla storia recente e meno recente di Ancona. Se non c’è un posizionarsi al recupero di un filo
con il passato, senza per questo indugiare in stolte nostalgie, difficilmente il senso di comunità si recupera,
per contro corruttela e personalismi effimeri tendono a prevalere. Riprendo qui un mio vecchio appunto:
stupisce a vedere, nella mia città mercantile e marinara che fu l’Ancona repubblica, apposto sul magnifico
frontone della Loggia dei Mercanti l’incisa epigrafe ‘Comunitatis Anconæ’, a ricordarmi che il senso di
comunità appartenne anche ai mercanti, a coloro che più fortemente di chiunque altro portavano già allora,
già nel secolo quindicesimo, i semi della disgregazione egoistica; come se, tornando a casa dai lunghi e
rischiosi viaggi per mare, non potessero in effetti prescindere dal calore portato loro dalla famiglia, ma in
misura non minore da quel consorzio umano civico, che tutt’assieme li faceva veramente sentire ‘a casa’.
La crisi economico-finanziaria ormai iniziata dieci anni fa ha messo in luce debolezze storiche e
croniche italiane: Ancona non ha fatto eccezione, ed anzi il suo ambiguo percorso di recupero dai disastri
post-bellici, a cui è mancato il decisivo ricostituirsi di un vero spirito civico, ha ulteriormente inciso, e
destinato le potenzialità della città verso derive a se stanti: il porto, il cantiere, l’Università, il centro storico,
le periferie frammiste ai nuovi precari centri commerciali e logistici. Ciascuno ha dovuto affrontare come
meglio poteva le difficoltà, ma Ancona come entità civica in tutto questo è stata poco rilevante. La fatiscenza
di una raffineria, il vergognoso epilogo di una nota banca, l’agonia dell’aeroporto e il boccheggiare del
cantiere… stendo qui solo alcune pennellate di colore fosco, tanto per non perdere di vista l’oggetto malato
per il quale l’investimento in cultura è un farmaco che appare sostanzialmente ignorato ma che poteva e può
fare la differenza.
Anzitutto l’investimento di chi: ricostituire il soggetto, l’entità civica di Ancona, è un processo che può
far parte di un circolo virtuoso, in cui anche la parte amministrativa può giocare un ruolo di primo piano. Per
essere all’altezza di un modello sociale la cui economia sia basata sulla conoscenza, come è negli auspici del
Trattato di Lisbona, questo processo più che una opzione dovrebbe essere visto come un’azione
fondamentale. Dunque l’investimento in che cosa: in cultura, nell’accezione più ampia, evitando scadimenti
in specialismi sterili, compreso quella sorta di specialismo che ha ridotto la ‘cultura’ stessa a una cosa fra le
tante, da ammirare di dietro a una vetrina. Restituire all’intellettualità in grado di inverarsi in interdisciplinarietà e di dotarsi di una visione d’insieme quella funzione di perno attorno al quale una società si riorganizza e si riconosce unita, e dove si evitino snobismi fra il filone umanistico e quello scientifico:
perciò un nuovo soccorso dovrebbe provenire da quelle Università che, non più centrate solo sugli spin-off,
ritrovassero appieno il proprio vigore nell’agire pubblico. Intercettare e promuovere tipicità, talenti, patrimoni culturali inespressi.

Le comunità che sanno farlo sono quelle che resistono meglio all’impatto delle
crisi, come messo in evidenza dal sociologo statunitense Richard Florida. Investimenti con che cosa: certo,
l’accorciarsi dei fondi pubblici a disposizione pone di fronte a un dilemma chi li amministra. Scegliere una politica culturale di formazione e promozione, magari a scapito di un presunto ‘grande evento’ che pur lascia
a prima vista catturare più facilmente il plauso della cittadinanza, è sapersi assumersi un rischio più grande,
come è più grande la politica vera di quella che vuol vivere dell’incasso di giornata.

Genga, Primo Maggio 2018.

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