Riflessioni sulla Cultura ad Ancona

Testo di Massimo Cartaginese, che ringraziamo.

Partecipando ad una recente riunione a sostegno del candidato Rubini, ho esposto alcune sparse riflessioni personali sulla gestione culturale, da parte delle amministrazioni comunali recenti, degli spazi e, soprattutto, dei mezzi tecnici necessari ad organizzare eventi ed installazioni multimediali.

Mi è stato chiesto di rendere pubblici tali pensieri sparsi e volentieri lo faccio, senza illudermi che giungano alle orecchie di chi avrebbe, da tempo, dovuto ascoltare.

Chi mi conosce sa che da qualche anno ho incentrato il mio lavoro, da solo e con altri, nell’ambito dell’arte pubblica; l’arte pubblica si occupa (per definizione) di temi di interesse per la comunità. Interrogandosi e interrogando le amministrazioni pubbliche su tali temi, l’arte pubblica utilizza spazi diversi da quelli della galleria, spesso devoluti alla pittura; i nostri strumenti sono molto spesso legati alla riproducibilità (leggi: installazioni, comunicazione mediale, come poster ed affissioni “pubblicitarie”, videoproiezioni).

E’ evidente che nel cercare di realizzare tali proposte, è necessario entrare in una relazione “complice” con chi amministra la città, vuoi per la specificità dei temi proposti (appunto di pubblico interesse, in primis il recupero della memoria storica e l’individuazione di un genius loci specifico e comunicabile), vuoi per la necessità di operare in spazi di pubblica pertinenza, e vuoi infine, non meno importante, per accedere ai necessari mezzi economici e tecnici che permettono di realizzare idee e visioni.

E qui casca (particolarmente) l’asino. Senza farmi pubblicità ma in qualità di aneddoti, voglio citare un paio di episodi capitati a me e forse significativi e paradigmatici per altri.

Nel 2015 realizzai con il gruppo Voyagerlab, nella sala box della Mole Vanviteliana, una installazione complessa che aveva come tema il recupero di senso e importanza delle lapidi celebrative di eventi storici locali, lapidi che quasi nessuno consulta più o alle quali poneva necessaria attenzione.

Per realizzare progetto e installazione, il nostro referente, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Ancona, rese disponibili i tre video proiettori richiesti: oggetti vetusti, ma tanto è.

Il giorno prima di inaugurare le le lampade di due dei tre esemplari cedettero per sempre (del resto la loro parte la facevano da anni, da troppi anni). Lampade giudicate insostituibili per ragioni economiche e burocratiche. Risolvemmo grazie al fortuito passaggio in sala di un amica gallerista che mise a nostra disposizione, seduta stante, due proiettori: gli angeli esistono ancora!

Lo scorso marzo 2018, invitato a partecipare all’ultima edizione di Cinematica nella sede consueta della Mole, scopro che la situazione è rimasta perfettamente immutata, vale a dire che l’hardware disponibile è sempre lo stesso. Nessun proiettore è stato acquistato e quello miracolosamente sopravvissuto appartiene, assieme a pochi monitor LCD e lettori DVD, al campo della pura archeologia digitale: roba da collezionisti!

Come è possibile che una città capoluogo di Regione (e che aspira a rimanere tale), che può avvalersi di uno spazio espositivo architettonicamente unico al mondo, non si ponga il problema di investire denaro (si, denaro!) per dotarsi di attrezzature tecniche adeguate?

L’uomo della strada, posto di fronte alla “gestione” ormai decennale della Mole operata dalle stessa parte parte politica (legittimamente al governo perché vincitrice di consultazioni elettorali precedenti), succeduta a sé stessa negli anni in varie sfumature di tono e colore, a quell’osservatore viene il sospetto che tale parte politica non voglia in realtà gestire in prima persona lo spazio della Mole, complicato e costoso (si, costoso!), ma voglia, nel presente e in prospettiva, ricorrere sempre più all’iniziativa di privati “mecenati” o private fondazioni culturali.

Un segno è il succedersi delle mostre “chiavi in mano”, economiche per chi amministra, divulgative e didattiche per la cittadinanza (certo, c’è bisogno anche di questo) dunque con un buon ritorno di immagine. Tuttavia queste iniziative azzerano o quasi il budget disponibile per la realizzazione di iniziative culturali e artistiche che la creatività locale, obiettivamente non seconda ad altre e spesso altrove riconosciuta, propone.

Il risultato è quello di confinare forzatamente l’arte e la cultura locale catalogata “d’avanguardia” (!) nel perimetro della retroguardia, in quello del dilettantismo, dell’approssimazione, della dimensione da oratorio parrocchiale.

Insomma gli si impedisce di emergere perché considerata minoritaria e inadatta a creare consenso (per estensione consenso elettorale), in fin dei conti rompiballe e fuori-tempo: chi ha creduto fino in fondo, al punto di scommettere (o investire?) denaro pubblico, a istanze e proposte culturali pre-giudicate comunque autoreferenziali e di nicchia?

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